Lettera aperta agli psicologi

Carissime/i, 
tutti coinvolti in questa maledetta situazione cosiddetta Corona Virus

Cosa possiamo fare, rinchiusi come siamo dentro le mura di casa? 

Le istituzioni, attraverso i media, ci indicano giuste regole di comportamento e noi ci adeguiamo ma, in misura maggiore o minore, siamo tutti sotto stress. Come gli scienziati sanno, nelle sue forme negative lo stress è un fattore nocivo che induce malattie, in modo particolare quelle suscettibili ai virus che attaccano le cosiddette difese immunitarie: lo scenario ideale per gli attacchi del coronavirus, la cui efficacia risulta ad oggi del tutto innovativa. 

Come possiamo affrontare questo fenomeno? Alle giuste regole del comportamento, occorre aggiungere un’informazione che riguarda il modo con cui affrontare lo stress. Sul piano delle neuroscienze, vorrei proporre un contributo di chiarezza. 

Anzitutto è necessario capire che cos’è lo stress. Ce lo insegna Hans Selye, che sulla materia ottenne un Premio Nobel. Il medico e ricercatore, nato di origini austriache, si rese conto che il termine stress veniva letto nella sua accezione negativa, ignorando il fatto che la sua assenza sarebbe altrettanto deleteria. Di qui la proposta di una duplice specifica: da una parte lo stress cattivo –distress- e, dall’altra, lo stress buono –eustress (eu, dal greco, indica buono).

Seguendo questa linea sullo stress è necessario uno sguardo alla cultura, non solo per quanto riguarda gli esperti ma tutti noi. 

Per quanto attiene ai primi, occorre ricordare che nel corso della storia, i medici, e anche gli psicologi, da diversi secoli fino a oggi si sono prevalentemente impegnati a studiare e ri-muovere le dimensioni negative del mal-essere, compreso il distress: guai se non lo avessero fatto e non lo facessero tutt’ora e al meglio delle loro capacità, ma devono anche occuparsi di pro-muovere le risorse positive, compreso l’eustress. E’ sin troppo facile osservare come la ricerca nel versante dell’ “eustress” non abbia registrato quell’accelerazione di interesse dedicato invece alla ricerca sul “distress”; nonostante che Selye, nel 1956,  avesse indicato entrambi i percorsi.

Tuttavia, la letteratura scientifica offre oggi una consistente mole di studi che dimostrano come anche le emozioni positive dello stress possano produrre effetti positivi sulla salute.

Per capire l’importanza dovete sapere che l’influenza positiva dell’eustress si può verificare anche negli animali. A solo titolo di esempio, in una ricerca svolta in collaborazione con ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, abbiamo potuto vedere come il semplice consentire l’attività di gioco in ratti adolescenti, abbia avuto un effetto significativamente positivo nel modulare l’azione negativa di un farmaco -la ciclofosfamide- notoriamente in grado di alterare le difese immunitarie.

 Ma anche le persone (nella vita quotidiana) sono molto orientate alle pieghe patologiche del mal-essere. Quanta preoccupazione, quanta depressione in giro, quanta cattiveria, talvolta odio, quanto distress. Figurarsi oggi con la corona virus: tanta paura, poca speranza. Facile dire: “dove andremo a finire”; difficile dire “dove andiamo a cominciare”?  

Ebbene, occorre rovesciare il quadro, ci vuole una rivoluzione, quella del benessere, delle risorse positive, della gioia dello stare insieme nella comunità: sì, proprio ora che siamo obbligati a isolarci.  La rivoluzione è utopia, ma conviene amare l’utopia, perché abbiamo un preciso bisogno di una visione nuova, solo con la quale possiamo concretamente andare avanti con la forza creativa dei piccoli passi. Tante cose ognuno di noi può fare e, meglio ancora, insieme agli altri. 

Un aiuto ce lo danno in questo senso gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia. 

 Pensate all’applicazione Zoom. Sapete che cos’è? Io non lo conoscevo ma i più giovani me l’hanno insegnato, e così anche io, vis a vis, mi sono trovato insieme a diverse persone, compreso i parenti, con alcuni dei quali non ci eravamo rivisti da qualche anno.  Molto interessante: nel periodo di tempo in cui abbiamo chattato, posso dire che l’80 per cento è trascorso in un susseguirsi di risate. La videochiamata era attraversata dalla voglia di comunicare sorridendo. Un piccolo, ma significativo segnale che dimostra il bisogno fisiologico di rovesciare il distress verso l’eustress.

Ma attenzione, il termine eustress non significa la superficiale felicità del sorriso, ma richiede la precisa apertura delle risorse positive a tutto campo, nonostante l’intensità del dolore e della sofferenza. Il guardarci l’un l’altro, comunicando affettuosamente, fa lievitare sullo sfondo un profumo di solidarietà. Come dice Don Ciotti in rete: “Il senso di solidarietà che proviamo adesso sotto la minaccia del virus, deve sopravvivere al virus; trasformarsi in un impegno collettivo per costruire un mondo più giusto, più umano, più uguale: un mondo senza muri, un mondo che permette e promuove la prossimità”

In conclusione. Oltre a stare a casa, a stare a 1 metro di distanza da chiunque altro, a non toccare il naso gli occhi e la bocca, a lavarsi le mani ecc. ecc., pensate anche a rivoltare il di-stress (cattivo) verso il vero eu-stress (buono). 

Solo allora, noi sorrideremo con un altro volto, e le bollicine dei virus si metteranno a piangere…

(Nel finale forse, anche un po’ di humour si può accettare…)

Mario Bertini
Professore Emerito di Psicologia
alla Sapienza, Università di Roma 

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