LA FUNZIONE PSICOLOGICA NELLA VIOLENZA NELLE RELAZIONI INTIME

La violenza nelle relazioni intime, le esigenze di tutela, di protezione e di supporto delle vittime, i bisogni di sicurezza della comunità, ma anche la necessità di reinserimento sociale degli autori di reati violenti, cercano soluzioni che chiamano fortemente in causa la funzione psicologica.

La psicologia clinica ha prodotto un sapere ineguagliabile per intelligenza e per ricchezza sui temi del trauma e delle relazioni traumatiche, delle dinamiche relazionali violente, dell’aggressività e dei soggetti violenti, dell’interazione tra culture violente e processi di sviluppo. La ricerca psicologica ha prodotto strumenti di valutazione del rischio di violenza e per la gestione e il trattamento della violenza nei contesti forensi e terapeutici.

Personalmente, come coordinatrice, nella passata consiliatura ordinistica, del gruppo su “violenza nelle relazioni intime”, ho affrontato, in collaborazione con tanti colleghi, il problema della conoscenza scientifica e clinica degli autori di omicidio e di stupro e della gestione del rischio di commettere violenza. Ho coordinato per l’Ordine una ricerca-intervento durata due anni in collaborazione con il Dipartimento di psicologia dinamica e clinica di Sapienza e con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che ha prodotto non soltanto importanti dati di ricerca, ma ha anche realizzato la sperimentazione di prassi innovative ai fini della predizione e del contenimento del rischio, un ambito nel quale la competenza psicologica è centrale.

Dobbiamo davvero fare tesoro di tutto questo sapere e metterlo a servizio della comunità.

Per i percorsi di fuoriuscita dalla violenza

Noi psicologi possiamo fornire consulenza scientifica alle istituzioni per costruire modelli di buone prassi sui processi di accoglienza, supporto, cura delle vittime di violenza. La definizione di buone prassi ha lo scopo di evidenziare quelle modalità di intervento che hanno prodotto risultati positivi in termini di cessazione dell’abuso, uscita dalla relazione violenta, cessazione del rischio di ricadere nella relazione violenta, nonché in termini di cessazione del verificarsi di una condizione che comporti forme di violenza nei confronti dei figli minori della vittima se presenti. Le buone prassi riguardano ambiti di intervento istituzionali esplicitamente dediti alla risoluzione della violenza, e in cui le esperienze sono consolidate: centri antiviolenza e case di accoglienza madre-bambino; sportelli antiviolenza sul territorio; percorsi antiviolenza nei Pronto soccorso ospedalieri. La presenza di psicologi in questi contesti deve fornire quella competenza a leggere la domanda della vittima e del contesto, e a fornire adeguato indirizzo a situazioni gravemente traumatiche

La funzione psicoterapeutica è determinante per la fuoriuscita psicologica dalla violenza. Anche dopo essere adeguatamente accolte, protette e supportate, le vittime di violenza hanno bisogno di fare un percorso per affrontare le problematiche legate a trauma e vittimizzazione, sciogliere nodi relazionali dolorosi per evitare il ritorno nella relazione violenta. Gli psicoterapeuti debbono essere tra gli attori principali della presa in carico delle vittime di violenza. Ci proponiamo di costituire reti territoriali di riferimento di psicoterapeuti che affrontino il problema psicologico dell’uscita dalla violenza, anche all’interno di una rete di Centri clinici del privato sociale che lavorano in collaborazione con tutte le istituzioni pubbliche deputate alla risoluzione del problema della violenza contro le donne.

Per la tutela delle vittime di violenza in sede di processo civile

In caso di allegazione di fatti di violenza durante un procedimento civile di affido, la passata consiliatura dell’Ordine Lazio ha proposto un nuovo quesito che a nostro avviso lede le vittime di maltrattamento: si richiede infatti al CTU di stabilire “caratteristiche psicologiche pregiudizievoli nei confronti dei minori, ovvero tratti di personalità pervasivi in uno o entrambi i genitori che espongono il minore a situazioni di rischio”. Tale quesito non solo non tutela le vittime, ma è seriamente nocivo: chiunque lavori con le vittime di violenza sa che a causa di situazioni gravemente traumatiche scaturite da abusi che si protraggono per anni, e a causa della manipolazione e della violenza che il partner abusante mette in atto anche durante il processo stesso, queste arrivano in condizioni psicologiche gravemente precarie, terrorizzate e ricattate, ad affrontare un iter processuale di affido dei figli. Il risultato di un quesito del genere è che il partner abusante può apparire più solido alla valutazione, mentre la vittima di violenza molto più provata psicologicamente, senza che questa precarietà venga chiaramente attribuita alla situazione di violenza subita e in atto. Il risultato è che la violenza resta celata, e che le vittime di violenza sono vittimizzate ancora una volta, dalle istituzioni che dovrebbero proteggerle. Un quesito fondato sulla autentica conoscenza della violenza di coppia dovrebbe consentire al giudice di comprendere se una situazione è meramente conflittuale o se vi è in atto maltrattamento, differenza già solidamente acquisita dalla nostra giurisprudenza e che gli psicologi debbono semai arricchire e non appiattire!

La Convenzione di Istanbul richiede che le vittime di violenza siano tutelate in sede di determinazione dei diritti di custodia e di visita dei figli. Noi ci proponiamo di sviluppare degli standard comuni che formalizzino le pratiche di tutti gli operatori della giustizia ai fini di tutelare le vittime di violenza. Ci proponiamo di lavorare affinché le competenze degli operatori della giustizia sappiano distinguere il maltrattamento dalle situazioni meramente conflittuali e sappiano quindi riconoscere gli effetti della violenza nel comportamento della vittima e dei figli, al fine di incontrare i bisogni delle vittime ed evitare procedure dannose e vietate dalla Convenzione di Istanbul.

Per la prevenzione dei femminicidi:

Vittime di violenza che hanno sporto denuncia sono state ignorate, e poi sono state uccise. La recente modifica al codice di procedura penale, il cosiddetto Codice rosso, prevede ora un tempestivo avvio del procedimento penale nei confronti di reati contro le donne, e l’adozione di provvedimenti di protezione delle vittime. A fronte di decine di denunce che quotidianamente vengono sporte, i magistrati e la polizia giudiziaria debbono orientarsi per rilevare quelle situazioni a grave rischio e agire di conseguenza. La disciplina psicologica ha sviluppato conoscenza sugli autori di femminicidio, e strumenti per valutare il rischio e la severità di violenza imminente, la gravità di una situazione di violenza, la possibile evoluzione in senso omicida. Gli psicologi sono le figure più pertinenti per affiancare magistrati e forze dell’Ordine in questo delicato compito di discernimento. Ci proponiamo di promuovere la presenza di psicologici presso le procure e i tribunali in quanto professionisti chiave della gestione del rischio di omicidio.

La valutazione e il trattamento degli autori di violenza:

I costi sociali della recidiva sono altissimi. La gestione e il trattamento di soggetti violenti debbono essere affrontati con competenza, e questa competenza deriva dalla ricerca psicologica. Sono stati costruiti strumenti psicologici per assistere i processi decisionali dentro sistemi come i penitenziari, le misure alternative o ovunque sia necessario comprendere il grado di rischio di violenza che un soggetto pone. Questi strumenti, che derivano da teorie psicologiche e dal sapere psicoterapeutico, sono stati pensati anche per indirizzare il trattamento in modo individualizzato, ai fini della cessazione del rischio e di un possibile reintegro sociale del detenuto violento. Dobbiamo immaginare un’innovazione anch’essa di enorme portata nel trattamento: la possibilità di percorsi psicologico-clinici per i detenuti e i condannati violenti. In collaborazione con l’Amministrazione Penitenziaria e gli UEPE ci proponiamo di promuovere la funzione psicologica in modo molto più ampio e sostanziale di quanto non sia stato mai fatto finora all’interno dei contesti detentivi e di misure alternative.

Maria Elisabetta Ricci