COMUNITÀ E PROCESSI DI INNOVAZIONE SOCIALE, DI PARTECIPAZIONE, DI SVILUPPO LOCALE: QUALI COMPETENZE PSICOLOGICHE

Il tema del sociale è strettamente connesso al tema delle relazioni, della comunità, della convivenza.  E allora si coglie immediatamente come la competenza psicologica sia intrinsecamente dentro questo “occuparsi” di relazioni, relazioni del singolo e della comunità con il contesto.

Siamo già da tempo dentro un processo che ha portato ad evidenziare la chiara insostenibilità del modello di sviluppo portato avanti negli anni, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sul piano economico e sociale.

La politica di Coesione dell’Unione Europea 2014-2020 ha individuato nello strumento “sviluppo locale” la precondizione della crescita economica, sociale e politica; l’agenda 2030 va ancora oltre individuando 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Bene, basterebbe solo leggere i 17 obiettivi per avere chiaro che la grande sfida oggi attiene a come affiancare e accompagnare enti pubblici e locali, terzo settore, fondazioni e imprese di comunità, imprese sociali, aziende, associazioni, imprenditori e individui ad essere agenti partecipi e responsabili di cambiamenti in corso e/o necessari per realizzare, o almeno andare verso una società sostenibile, soprattutto in termini di pari opportunità, di benessere psicosociale, di democrazia.

Emerge nell’Agenda 2030 che è necessario un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. Il cambiamento non si fa da soli, non è monoprofessionale, non può essere realizzato da un solo ente, da una sola organizzazione, da un solo punto di vista.

Abbiamo anche chiaro che lo sviluppo locale di tipo partecipativo promuove: approcci integrati dal basso, capacità comunitarie, strategie innovative, sistemi di governance su vari livelli e, non ultimo, lo sviluppo del senso di appartenenza. 

Quest’ultimo può essere inteso come l’attaccamento della persona al proprio territorio in termini affettivi ed emozionali e il comfort e la sicurezza esperiti in rapporto alla comunità. Sebbene il senso di appartenenza sembra essere una risorsa per il benessere della comunità, tale relazione, come evidenziano recenti ricerche sul tema della rigenerazione urbana, potrebbe non essere lineare: il rapporto con il territorio basato sul senso di appartenenza inteso in termini di comfort zone, può anche influire negativamente sull’adozione di strategie innovative, non agevolando l’esplorazione e il ripensamento delle risorse presenti nel territorio stesso e nella comunità. 

E allora si comprende come il termine innovazione sociale, con una visione e strumenti psicologici, assume altri contorni, si delinea in maniera più articolata coinvolgendo in maniera rilevante la capacità della comunità locale di attribuire nuovi significati al territorio per rendere spendibili e attrattive le risorse dello stesso a interlocutori esterni.

In questa accezione di sviluppo locale, diventa necessario sostenere un processo che consenta di toccare  le dimensioni valoriali ed emozionali attribuite ad alcuni elementi locali e integrarli, attualizzarli, ri-pensarli e ri-narrarli come caratteristiche del contesto; in questa accezione di sviluppo locale diventa centrale l’analisi del rapporto tra la comunità e il territorio, e le azioni diventano un processo di ricerca azione che non può prescindere dal sapere e dalle competenze psicologiche.

Le città, i paesi, i piccoli borghi nascono dove si tessono trame di esseri umani che convivono, s’accordano, individuano confini, vi portano oggetti materiali, li organizzano, se li scambiano; vi por- tano oggetti immateriali, organizzano anch’essi e se li scambiano. Gli psicologi, da soli o con altri, cercano di percepirli, quegli oggetti immateriali, di analizzarli, di renderne esplicito un significato. Lavorano sulle trame invisibili delle città visibili, provando a mettere insieme narrazioni, percezioni sensoriali, idee e visioni. 

La chiamata dei cittadini a partecipare, la quale non sempre parte dalla loro iniziativa, anzi più frequentemente risiede in un’intenzione altra, più alta, può essere sollecitata perché utile, non tanto perché intrinsecamente buona. La partecipazione dei cittadini può essere, in questa accezione, già un prodotto, probabilmente il primo, di un processo di riqualificazione o rigenerazione.

Si può chiedere ai cittadini di partecipare al processo, e ciò avrà buona probabilità di successo, quando questi sentono il luogo che abitano come cosa propria, intrisa della loro storia personale e collettiva; quando lo sentono come un luogo buono e amico, sensibile ai loro desideri, disponibile a variare sulla base delle loro visioni; quando sentono che l’iniziatore del processo, sia l’amministrazione locale o sia un gruppo di progetto, è sintonico con le loro aspirazioni. 

Non vi è partecipazione, ma sabotaggio o diserzione, quando i cittadini sentono il proprio luogo ostile, o degradato, da sé stessi o da altri; quando vorrebbero essere altrove, quando il luogo non solle- cita appartenenza; o quando svalutano sé stessi al punto da non permettersi di desiderare niente di meglio e il luogo che li accoglie e cui appartengono deve mantenere il medesimo sembiante e presentificare il loro sentimento vilipeso. 

Non vi è partecipazione quando le comunità sono dentro dinamiche di controllo. Quando, qualunque intenzione voglia essere realizzata in un territorio, essa non terrà conto delle possibili resistenze o spinte in relazione alla trama specifica che tiene insieme quel luogo. Possibilità per gli psicologi è di favorirne il disvelamento, collocandola, propriamente, entro il rapporto tra gli individui ed i contesti che quegli individui abitano.

L’accorgimento, apparentemente ovvio, di fondare lo sviluppo locale, la rigenerazione urbana sulla partecipazione dei cittadini non rende, necessariamente, più fluidi e funzionali i processi. La partecipazione, in quanto processo psicosociale, è assai più complessa di quanto gli amministratori locali non pensino quando vincolano le gare di riqualificazione o rigenerazione al requisito della partecipazione dei cittadini. Ma i cittadini, la comunità, per partecipare necessitano che sia facilitato un processo di assunzione partecipata dei cambiamenti e dei processi che li generano. 

Per questo riteniamo che l’Ordine  debba sostenere con forza anche questa funzione psicologica, collocando sempre più le competenze psicologiche dentro processi di analisi di territori e delle culture locali, progetti di ricerca-intervento, finalizzati a promuovere cambiamenti nelle prospettive e nei significati simbolici, a sostenere trasformazioni; riteniamo che l’Ordine e la comunità professionale degli psicologi debbano essere sempre più attivi nel dibattito sull’innovazione sociale, che può essere assunta e realizzata solo da persone e comunità che, in relazione al loro contesto, generano, dentro processi di coprogettazione, le regole di convivenza e il cambiamento finalizzati a generare benessere psicosociale e sviluppo sostenibile. 

Mentre le competenze psicologiche sono cruciali per la progettazione e l’implementazione dei servizi, per la lettura di fenomeni e per la realizzazione di interventi efficaci nei contesti di vita delle persone, spesso la sola funzione pensabile attiene ad interventi individuali, nei quali occuparsi del sociale significa prendersi la delega a gestire situazioni complesse, casi “sociali”.

Il contributo della psicologia ai progetti di rigenerazione è duplice: l’individuazione di possibili linee di sviluppo coerenti con la categorizzazione simbolico-affettiva del contesto; il supporto nella fase di cambiamento al fine di costruire nuovi modi di radicarsi al territorio più adattivi e produttivi. 

Vogliamo sostenere la funzione psicologica come strumento per le pubbliche amministrazioni e per le realtà attive per lo sviluppo locale affinché le letture del contesto sociale ed economico nel quale operano possano arricchirsi di ipotesi e di strumenti che sostengano le comunità stesse ad affrontare momenti di crisi e a rimettere in moto funzioni di partecipazione attiva. Crediamo che l’ordine debba essere un interlocutore al centro del dibattito sui temi dell’innovazione sociale, che attiene imprescindibilmente al rapporto emotivo tra individuo e contesto.

Un governo dell’Ordine, sostenuto dall’autorevolezza della ricerca e della qualità dell’azione psicologica, deve saper dimostrare che la funzione psicologica nella risoluzione dei problemi sociale è inconfondibile e insostituibile.

Anna Riglioni

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