UN CONTRIBUTO DELLA PSICOLOGIA AL CONTRASTO DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE: CONOSCERE E GESTIRE I MALTRATTANTI

Di Simona Galasso e Maria Elisabetta Ricci per Psicologia per il Futuro

Il fenomeno della violenza contro le donne, della sua gestione e della sua prevenzione, è in Italia, ancora oggi, un fenomeno affrontato soprattutto con categorie di lettura prettamente giuridiche, sociologiche e (in parte) psichiatriche.
La necessità di una visione psicologica del problema è particolarmente evidente nell’intervento contro gli autori di violenza, sia in ambito di prevenzione dei femminicidi che di intervento e trattamento dei condannati per reati violenti.
Pensiamo al fatto che quando viene uccisa o aggredita una donna spesso ci si rende conto solo a posteriori che c’erano stati dei fatti e dei segnali nella relazione e nel comportamento del violento che se adeguatamente capiti e considerati avrebbero potuto mettere in moto delle azioni efficaci per evitare il peggio.
Altro tema da considerare è che durante la detenzione o comunque l’espiazione della pena, si pone la questione del ritorno in libertà del reo come anche dei permessi premiali, fuori dall’istituto penitenziario, previsti dall’Ordinamento penitenziario in funzione del reinserimento sociale del detenuto. Dalla introduzione del “trattamento penitenziario” (legge n.364 del 26 luglio 1975) in cui si stabilisce che la detenzione deve tendere al reinserimento del reo, l’intera comunità sociale si attende che le condizioni psicologiche, fisiche, ambientali, sociali, relazionali anche della persona violenta cambieranno nella direzione di una minore pericolosità sociale. Come raggiungere questi obiettivi senza un contributo sostanziale della psicologia?

Misure cautelari e conoscenza dell’imputato o indagato: il primo tassello mancante.
Negli ultimi anni in ambito giuridico sono stati fatti dei significativi passi in avanti riguardo al contrasto della violenza, con l’individuazione di nuovi reati, con l’inasprimento delle pene, con una maggiore tempestività degli interventi da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia manca un tassello fondamentale in questa maggiore articolazione degli strumenti di contrasto: la conoscenza del funzionamento psicologico dell’autore di violenza. Il nostro Codice di procedura penale nello stabilire la diposizione delle misure cautelari (art. 274) da parte del magistrato afferma che esse vengono disposte anche quando “per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto e attuale pericolo che questi commetta gravi delitti […]”.
Mentre è quindi chiara al legislatore la necessità di una conoscenza della personalità dell’indagato o imputato di comportamenti violenti, non è invece specificato in che modo, con quali strumenti e quali professionalità il magistrato possa consultare per decidere la misura cautelare più adeguata a quel determinato autore di violenza.
Il primo tassello mancante riguarda quindi la modalità con cui viene acquisita da parte del magistrato la conoscenza del funzionamento psicologico dell’imputato o indagato in relazione ad un possibile futuro comportamento violento. Le misure cautelari sono a tutti gli effetti delle modalità di gestione del rischio di violenza, hanno cioè l’obiettivo di evitare che la persona che è già stata denunciata per un comportamento violento possa nuocere nuovamente.
Il costo sociale e umano di una valutazione errata del fenomeno violento è molto alto. Potrebbe infatti comportare un’ulteriore esposizione della vittima ad altra violenza, forse più nefasta, oppure privare della libertà una persona che molto probabilmente ha commesso un reato violento, ma che ancora non ha subito un processo e che non è messo nelle condizioni di potersi difendere.
Certamente predire un evento futuro per le scienze umane è un’attività complessa e dall’esito incerto. Il comportamento umano ha infatti sempre una quota ineliminabile di imponderabilità ed è per questo motivo che si lavora sulla riduzione del rischio che un determinato comportamento umano si realizzi, non sulla sua eliminazione.

Secondo tassello mancante: osservazione scientifica della personalità e cambiamento del detenuto violento facendo a meno della psicologia
La gestione dell’autore di violenza non si ferma tuttavia con l’eventuale condanna ed espiazione detentiva o non detentiva della pena. La comunità scientifica e le istituzioni hanno infatti necessità di ragionare a lungo termine, di pensare come queste persone condannate che hanno attentato, a volte gravemente, alla sicurezza delle persone possano tornare a vivere e convivere nuovamente insieme agli altri. L’Ordinamento penitenziario prevede necessariamente la risocializzazione del reo e a questo scopo contempla il trattamento individualizzato del detenuto che ha appunto l’obiettivo di avviare un cambiamento nell’individuo finalizzato a metterlo nelle condizioni di non delinquere nuovamente. Per assolvere a tale mandato istituzionale gli operatori penitenziari e la magistratura di sorveglianza sono quotidianamente chiamati a prendere decisioni sui detenuti e sui condannati che stanno espiando anche reati di violenza.
Come potere gestire i soggetti violenti in modo da abbassare il rischio di recidiva, sia a lungo termine (in vista dell’espiazione della pena) che a breve termine, in caso ad esempio di misure premiali? Il nostro Ordinamento penitenziario in modo chiaro parla di osservazione scientifica della personalità come passaggio preliminare al trattamento individualizzato del detenuto volto al reinserimento sociale. Osservazione scientifica e percorso trattamentale da scegliere in modo collegiale, multidisciplinare. Benché ci sia una legislazione più dettagliata e precisa in merito alla conoscenza del detenuto, anche in questo caso sembra mancare un tassello nella gestione del fenomeno violento: la conoscenza specifica psicologica dell’autore di reati violenti in funzione del contenimento del rischio.
La professionalità psicologica in ambito penitenziario è marginale, non adeguata a svolgere una funzione di valutazione e gestione del rischio di recidiva violenta ed ancora non vengono utilizzate metodologie evidence-based volte al contenimento della recidiva violenta. L’azione di cambiamento individuale volta al reinserimento sociale del reo prevista nel trattamento penitenziario vede sullo sfondo, o quasi non vede, l’intervento psicologico come variabile del cambiamento della persona che ha commesso reati violenti.
Agli psicologi che lavorano in ambito penitenziario (esperto ex art. 80) infatti viene assegnato un numero di ore insufficiente sia per valutare la personalità degli autori di violenza che per avviare dei percorsi psicologici. La formazione stessa di tutti gli operatori penitenziari non è del tutto adeguata rispetto alla specificità sia della valutazione che della gestione dei soggetti che hanno compiuto reati violenti. Occorre ragionare sull’evoluzione della funzione psicologica dentro il sistema penitenziario e sull’introduzione di procedure organizzative specificamente pensate per questo genere di detenuti o condannati.

In che direzione muoversi
In tutto il mondo civile le comunità e le istituzioni si trovano a dovere affrontare il problema di coniugare i diritti di libertà con le esigenze di protezione delle vittime. La comunità scientifica psicologica di matrice anglosassone e nordamericana ha prodotto negli ultimi anni importanti strumenti di supporto ai professionisti che hanno il compito di valutare e gestire soggetti a rischio di violenza.
Uno degli aspetti più interessanti che la letteratura scientifica, in ambito psicologico, rileva riguardo alla valutazione del rischio di violenza è avere dimostrato come, in caso di predizione di comportamenti violenti, il giudizio individuale del singolo professionista basato su esperienza personale e soggettiva (poliziotto, magistrato, psicologo, psichiatra, assistente sociale, etc.) sia molto limitato e poco efficace per poter valutare e gestire un comportamento violento. Una specifica competenza professionale, benché sofisticata e corroborata da anni di esperienza, non è sufficiente a valutare le differenti variabili che concorrono al comportamento violento. La letteratura scientifica ha in questi anni lavorato per risolvere questo problema e per supportare i professionisti nel ridurre in modo sempre più efficace il rischio di recidiva.
Il lavoro multidisciplinare, la conoscenza approfondita del funzionamento psicologico e psicosociale dell’autore di violenza, la formulazione del rischio, l’elaborazione individualizzata di gestione e trattamento degli autori di violenza sono le direzioni da prendere nel contrasto alla violenza, sul versante maltrattanti. L’adozione di metodologie pensate ed elaborate dalla comunità scientifica che si occupa del fenomeno sono gli strumenti di cui il sistema giustizia si deve dotare sia nella ambito di prevenzione degli omicidi che in quello del trattamento penitenziario.
Le metodologie di giudizio strutturato sul rischio sono già diventate prassi di lavoro in molti Paesi, sia in fase preventiva – quando è necessario prendere delle decisioni sulla gestione a brevissimo e medio tempo su una persona violenta venuto a contatto con le istituzioni – sia in fase di trattamento penitenziario e concessione di benefici.
Avviare un ragionamento ed un dialogo inter-istituzionale su questi temi ci sembra un atto dovuto nei confronti delle donne, delle persone tutte – adulti e bambini – che hanno subito o che stanno subendo le conseguenze della violenza.

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